Guillermo Almeyra - La Jornada - Domenica 22 novembre 2009
Com’era prevedibile, il coinvolgimento del Dipartimento di Stato e del Pentagono nella preparazione del colpo di stato che ha destituito il presidente honduregno Manuel Zelaya ha portato, logicamente, a guadagnare tempo per arrivare ad una farsa elettorale, organizzata e presieduta dai golpisti allo scopo di perpetuarsi al potere.
Barack Obama ha riconosciuto come unico presidente Zelaya, allo stesso modo l'ONU e l'OEA, ma l'establishment statunitense, i repubblicani e la destra dei democratici, Hillary Clinton ed il suo clan, ed il Pentagono, hanno protetto e salvaguardato i golpisti di Tegucigalpa ed ora riconoscono delle elezioni che sono la continuità ed il culmine del golpe e sperano di legittimarlo.
Se gli Stati Uniti avessero congelato l'invio delle rimesse degli honduregni e tutti i beni dei golpisti, se avessero ritirato tutto il loro sostegno all’Honduras, oltre ad applicargli un embargo come quello che attuano contro Cuba, Micheletti e la sua banda non sarebbero durati nemmeno una settimana.
Ma le richieste di Zelaya a Washington, affinché intervenisse in favore della legalità calpestata, giungevano all'orecchio dei promotori di sempre degli assassini di presidenti latinoamericani e degli organizzatori di colpi di stato e dittature.
In effetti la famosa era Obama è un'invenzione dei mezzi d’informazione, giacché il presidente, considerato avventizio dai poteri di fatto, non può modificare la politica imperialista degli Stati Uniti con la quale ha, oltretutto, solo alcune differenze tattiche. Inoltre: il golpe in Honduras e l'appoggio alle pseudoelezioni organizzate dai golpisti s’inseriscono in una politica che ha portato a creare quattro basi militari a Panama e sette in Colombia, dalle quali poter aggredire qualunque paese del Sudamerica, ed a schierare la Quarta Flotta in acque latinoamericane, oltre a rinforzare il Plan Merida ed il Plan Colombia e a preparare l'hondurizzazione di Nicaragua e Paraguay, così come la persecuzione militare contro il Venezuela.
Quand’anche i golpisti riempissero ora le loro urne con voti inesistenti per tentare d’occultare il boicottaggio e il vasto astensionismo, che il 29 novembre si coalizzeranno per rendere nulle le elezioni, non potranno evitare che il presidente fantoccio ed i parlamentari fasulli così eletti, siano illegali ed illegittimi, non solo per gli honduregni, ma anche per l'ONU, l'OEA e buona parte dell'opinione pubblica internazionale (quella di destra considererà normale il processo elettorale,
mentre migliaia di milioni di persone, tra cui i cinesi, né sanno, né sapranno neppure ciò che avviene in Honduras o dove si trovi questo paese).
Chiusa così la via della mediazione internazionale e dei rimedi istituzionali, rimane solo quella dell’espansione e radicamento della resistenza popolare, cioè, la stessa via seguita in precedenza dai boliviani ed ecuadoriani per abbattere il governo dell'oligarchia e preparare la strada ad un'assemblea costituente, in grado di riorganizzare il paese e garantire i diritti degli indigeni, dei contadini e dei lavoratori in generale. Essendo i partiti tradizionali compromessi col golpismo (o
con le sue elezioni fraudolente), resta soltanto, come in Bolivia, in Ecuador o in Venezuela, l'unificazione dei gruppi della resistenza popolare e dei sindacati contadini ed operai classisti in un movimento-partito, ampio e multiforme, a dirigere la lotta.
La legalità, la restituzione di Zelaya come presidente, sarà senza dubbio bandiera principale del primo momento di lotta, ma la dinamica delle mobilitazioni tenderà a superare i calcoli e le vacillazioni di Zelaya, che guarda con un occhio alle mobilitazioni (mirando a controllarle), e con l'altro ad un settore del Partito Liberale ed al Dipartimento di Stato. Ciò che deciderà il futuro dell’Honduras non sarà Zelaya, bensì quel particolare zelayismo, sempre più audace ed indipendente, di chi s’oppone al “golpe gorilla”.
Costoro, membri del Fronte Nazionale di Resistenza contro il Colpo di Stato, che godono del sostegno degli indigeni e contadini e pianificano già la convocazione di un'assemblea nazionale costituente democratica e popolare, possiedono un grande bagaglio politico. Patirono e resistettero al colpo di stato del 1972 e furono massacrati nel 1980, tra gli altri dal padre di Zelaya. Nel 2000 formarono il Blocco Popolare ed organizzarono la resistenza contadina contro il Trattato di Libero
Commercio; tra essi hanno un grande peso Via Campesina, con un percorso internazionalista e radicale, il Movimento Indigeno e Contadino Mesoamericano (Moicam), il Coordinamento Latinoamericano delle Organizzazioni Agricole (Cloc). Inoltre, a causa del golpe e della siccità, i contadini non hanno potuto seminare ed a causa della crisi non possono emigrare negli Stati Uniti; cosicché per loro l'alternativa è la fame nera o la lotta.
L'appoggio internazionale, soprattutto latinoamericano, a questa battaglia eroica degli honduregni, non servirà pertanto solo a prevenire altri colpi di stato annunciati in altri paesi, ma anche ad abbreviare i tempi per il rafforzamento della resistenza e per aprire una spirale boliviana (mobilitazioni che espellono una dittatura, elezioni libere, costituente, nuove mobilitazioni ed elezioni per riorganizzare il paese).
Da:
http://voselsoberano.com/v1/index.php?option=com_content&view=article&id=2637:honduras-iyora-
que&catid=2:opinion
Tradotto da Adelina Bottero
Honduras Resiste! - Lundì 12 Ottobre
Lunedì 12
Milano: Conferenza stampa di presentazione
h.12.00 - Presso la sede di Manitese, Piazzale Gambara 7/9, Milano
Brescia: Intervista a Radio Onda d'Urto
h.17.00 - L'audio dell'intervista! (ESP/ITA) da www.radiondadurto.org
Rovato: Iniziativa/Dibattito
h.21.00 - Incontro Pubblico al CS 28Maggio, Via Europa 54
Honduras: le tre battaglie simultanee
L'installazione del presidente Manuel Zelaya nell'ambasciata del Brasile a Tegucigalpa ha acuito di colpo la lotta tra gli usurpatori del potere in Honduras e la grande maggioranza del popolo honduregno e, contemporaneamente, il conflitto tra la maggior parte dei governi latinoamericani, Brasile in testa, e gli Stati Uniti, come pure la disputa tra il presidente Barack Obama ed il governo parallelo della destra unita (democratica e repubblicana), che utilizza per conto suo il Dipartimento di Stato ed il Pentagono per forzare la mano all'occupante della Casa Bianca.
Per quanto riguarda la situazione interna all’Honduras, la repressione brutale esercitata dai golpisti ha diversi scopi. Innanzitutto cerca di paralizzare il movimento di massa della resistenza popolare, che si è galvanizzato con la presenza di Zelaya nella capitale honduregna. In secondo luogo mira a creare le condizioni per l'invasione dell'ambasciata del Brasile e l'assassinio di Zelaya, fatti che verrebbero poi presentati come eccessi di un gruppo d’esasperati. Infine punta anche ad unificare le fila delle classi dominanti. Perché tra serrate, scioperi e manifestazioni, caduta delle esportazioni e delle rimesse, continui coprifuoco che paralizzano la produzione, ci sono settori della borghesia industriale, commerciale e persino dei grandi proprietari terrieri delle zone più povere, così come settori delle forze armate, che sperano in una soluzione politica della crisi e sono disposti ad accettare un governo presieduto da Zelaya, in cui questi si trovi in realtà con le mani legate.
La repressione non schiaccerà i settori popolari nella loro lotta contro l’oligarchia e per la democrazia. Al contrario, radicalizzerà settori che vanno molto oltre l'obiettivo di Zelaya di ritornare al governo come vincitore, anche se lo fa nell’ambito degli accordi di San José, ovvero, partecipando ad un governo coi suoi avversari e senza poteri reali, perché il presidente sa che, occupando quel posto, influenzerebbe comunque l'elezione del suo successore costituzionale e preparerebbe perfino la strada alla sua eventuale ulteriore rielezione.
Zelaya, in effetti, si presenta come pacificatore di fronte ai suoi pari nelle classi dominanti e nelle forze armate, in cui riveste un indubbio peso. Ma nei settori popolari che dirigono la resistenza ci sono anche coloro che vogliono risolvere il problema della terra, espropriare l'oligarchia, ottenere diritti sociali e non stanno mettendo a rischio la loro libertà e la loro vita semplicemente per restaurare Zelaya alla presidenza e, men che meno, affinché sia presidente insieme a rappresentanti di secondo rango dei golpisti, che sono addirittura i loro sfruttatori.
Oltretutto la repressione non può durare a lungo, perché l'isolamento internazionale dei golpisti si somma alla paralisi economica del paese ed alla creazione di condizioni seminsurrezionali; non tutti i settori reazionari sono d’accordo ad affrontare in tali condizioni una guerra civile. Per questo motivo le cose si risolveranno soprattutto grazie alla resistenza popolare, ma anche in seno alle forze armate, e Zelaya fa affidamento sull'esistenza di un settore conciliatore che deponga gli alti comandi dei gorilla, li esili o li imprigioni. Le cose si risolveranno, inoltre, se la politica di Obama s’imporrà su quella del gruppo ultraconservatore democratico-repubblicano che appoggia i golpisti, come stanno facendo vari senatori, The Wall Street Journal e The Washington Post.
Il Brasile ha consentito l’ospitalità di Zelaya presso la propria ambasciata nonostante il rischio che questa fosse invasa, per superare con tale mossa l'impotenza dell'Organizzazione degli Stati Americani e assestare un colpo al Dipartimento di Stato USA. L'avvertimento brasiliano di trasferire i suoi 300 occupanti, Zelaya compreso, presso l'ambasciata degli Stati Uniti nel caso in cui nella propria non vi fossero più cibo né acqua, come la proposta brasiliana al Consiglio di Sicurezza dell'ONU di prendere posizione sul caso honduregno, mirano ad obbligare Obama a superare le riluttanze dei militari e della destra clintoniana.
Il presidente statunitense si è pronunciato mercoledì all'assemblea delle Nazioni Unite in favore di Zelaya, ma senza proporre niente di concreto al riguardo, ed il Dipartimento di Stato ha mantenuto il silenzio da quando il presidente honduregno è rientrato a Tegucigalpa. Questo conflitto tra vertici istituzionali statunitensi, pertanto, non è stato ancora risolto, né è facile da risolvere, perché Obama è il primo rappresentante di una potenza imperialista, che ha politiche molto chiare nei confronti dell'America Latina e perché l'ultradestra negli Stati Uniti sta attaccando la Casa Bianca nel campo della sanità, dell'onnipotenza della CIA e delle questioni internazionali, mentre Obama tende a privilegiare il suo piano sanitario ed a lasciare in second’ordine l’Honduras e le sue relazioni con l'America Latina.
Tuttavia l'appoggio del Brasile a Zelaya è una risposta al dispiegamento della Quarta Flotta statunitense, che minaccia anche le riserve marine brasiliane di petrolio e l'Amazzonia, ed è una risposta all'installazione di sette basi militari statunitensi in Colombia, volte a controllare tutta la parte settentrionale del Sudamerica ed in particolare Venezuela, Ecuador, Cuba e Brasile. La politica brasiliana in Honduras va vista pertanto in parallelo col riarmo del Brasile in Francia e con la sua posizione come paese emergente, contraria a quella del Gruppo degli Otto. Di conseguenza abbiamo a che fare con la lotta locale in uno dei paesi più piccoli e più poveri del nostro continente, ciononostante parte del gioco sull’intero scacchiere mondiale, in cui il Brasile desidera la partecipazione anche di Russia, Cina, Francia (nel Consiglio di Sicurezza) e di tutti i paesi dipendenti.
Tradotto da Adelina Bottero
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